80° Maggio Musicale Fiorentino
Opera

Don Carlo

Giuseppe Verdi

«Voglio essere il più vicino possibile a Verdi e Schiller»: il regista Giancarlo del Monaco presenta in questo modo il suo Don Carlo, un allestimento ricco di costumi d'epoca, terribili inquisitori, crocifissi giganti. Zubin Mehta è alla guida dell'Orchestra e del Coro del Maggio Musicale Fiorentino per la versione in quattro atti del capolavoro di Giuseppe Verdi che trae spunto dalla tragedia di Schiller e dalla leyenda negra sul regno di Filippo II, el Rey prudente.

 

Don Carlo
Opera in quattro atti
Musica di Giuseppe Verdi
Libretto di Joseph Méry e Camille du Locle
Prima rappresentazione: 11 marzo 1867 al Théâtre de l'Académie Impériale de Musique di Parigi

Allestimento dell'ABAO-OLBE di Bilbao, della Fundación Ópera de Oviedo, del Teatro de la Maestranza de Sevilla e del Festival Ópera de Tenerife

Versione in quattro atti, in italiano, con sovratitoli in italiano e inglese.

 

(*) A causa di una improvvisa indisposizione, la Signora Ekaterina Gubanova, che interpreta il ruolo della principessa Eboli nel Don Carlo di Giuseppe Verdi, è costretta a rinunciare alla recita dell'11 maggio. Il ruolo sarà interpretato dalla Signora Giovanna Casolla, che la Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino ringrazia vivamente.

Artisti

Direttore
Zubin Mehta

Regia
Giancarlo Del Monaco

Regista associata
Sarah Schinasi

Scene
Carlo Centolavigna

Costumi
Jesús Ruiz

Luci
Wolfgang von Zoubek

Maestro del Coro
Lorenzo Fratini

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Don Carlo
Roberto Aronica

Elisabetta di Valois
Julianna Di Giacomo

Filippo II
Dmitry Beloselskiy

Rodrigo, marchese di Posa
Massimo Cavalletti

Principessa Eboli
Ekaterina Gubanova (*)

Il Grande Inquisitore
Eric Halfvarson

Un frate
Oleg Tsybulko

Una voce dal cielo
Laura Giordano

Tebaldo
Simona Di Capua

Il Conte di Lerma
Enrico Cossutta

Un araldo reale
Saverio Fiore

Deputati fiamminghi
Tommaso Barea
Benjamin Cho
Qianming Dou
Min Kim
Chanyoung Lee
Dario Shikhmiri

Figuranti speciali
Elena Barsotti
Chiara Catelani
Gaia Mazzeranghi
Ylenia Mendolicchio
Mauro Barbiero
Cristiano Colangelo
Pierangelo Preziosa
Leonardo Velletri
Atto I

Quadro primo. Il Chiostro di San Giusto, con la cappella che conserva la tomba dell’imperatore Carlo V, padre di Filippo II.

Don Carlo si reca a pregare sulla tomba di Carlo V: egli rimpiange l’amore perduto per sempre da quando Elisabetta ha sposato Filippo. Un Frate gli si avvicina e gli sussurra che solo in cielo l’uomo può trovare la pace: al giovane pare di riconoscere la voce di Carlo V e ne è sconvolto. Sopraggiunge Rodrigo, marchese di Posa ed amico di Carlo, e lo esorta a soccorrere il popolo fiammingo, vessato dalla tirannia di Filippo. Carlo, a sua volta, confessa all’amico l’amore impossibile che lo lega alla regina. Rodrigo, turbato da questa rivelazione, cerca di spingere l’Infante a dimenticare la propria passione e a partire per le Fiandre: i due si giurano eterna amicizia, nella comune lotta per la libertà. Giunge Filippo con al suo fianco Elisabetta e Carlo cerca invano di frenare la commozione.

Quadro secondo. Nei giardini del convento di San Giusto.

Le Dame della Regina attendono che essa esca dal convento: fra loro è la bella e potente principessa di Eboli che intona una festosa canzone d’amore saracina. Entra Elisabetta, la cui tristezza contrasta con l’allegria generale. Subito Tebaldo annuncia Rodrigo, il quale, consegnando alla regina una lettera affidatagli dalla madre a Parigi, le passa di nascosto un biglietto; dominando i propri sentimenti Elisabetta lo legge: è un messaggio di Carlo che la implora di assecondare Posa. Questi la spinge ad incontrare l’Infante, che vive giorni di angoscia, e a perorarne la causa presso Filippo, mentre Eboli crede che la tristezza del principe, di cui è segretamente innamorata, sia la prova che anch’egli l’ama. Rodrigo riesce abilmente a far allontanare tutti dalla regina, in modo che Carlo possa parlarle da solo: questi dapprima le chiede di intercedere affinché il padre gli consenta di partire per le Fiandre, quindi prorompe in un’appassionata dichiarazione d’amore, ma la regina, pur commossa e turbata, gli ricorda che è ormai la sposa di Filippo e che l’amore fra loro è impossibile. Carlo fugge disperato, mentre Elisabetta implora l’aiuto divino. Entra il re e trovando la regina senza il suo seguito, adirato, ordina alla contessa d’Aremberg, rea di aver lasciata sola la sovrana, di tornare immediatamente in Francia. La partenza della contessa è salutata dalle affettuose parole di Elisabetta. Filippo impone a Posa di trattenersi con lui: Rodrigo, impressionato dalla durezza della dominazione spagnola sulle Fiandre, osa chiedere la libertà per quel popolo; Filippo, pur rimanendo fedele alle proprie concezioni dispotiche, ammira il coraggio di Posa, il solo a parlare con la franchezza di un uomo libero fra tanti cortigiani servili; perdona la sua audacia ma lo ammonisce a guardarsi dal Grande Inquisitore. Quindi gli apre il proprio cuore, confessando i sospetti sul legame che unisce Elisabetta e Carlo: lo invita dunque a sorvegliare i due. Mentre Rodrigo accetta esultante nella speranza di poter giovare all’amico, il sovrano lo congeda esortandolo ancora a diffidare del Grande Inquisitore.

 

Atto II

Quadro primo. I giardini della regina.

Carlo ha ricevuto il biglietto di una donna misteriosa che lo invita ad un incontro notturno: credendo che lo scritto sia di Elisabetta, è folle di gioia, ma la donna velata cui si rivolge con appassionate parole d’amore è invece Eboli. Quando questa, ormai certa che l’Infante l’ami, si toglie il velo, Carlo, terrorizzato, teme di essersi tradito. Eboli gli offre il suo amore, Carlo, imbarazzato, la respinge e allora la donna, intuendo il rapporto che lega il giovane alla matrigna, minaccia di vendicarsi rivelando i propri sospetti al re. Sopraggiunge Posa e cerca di calmare la principessa che, accecata dalla gelosia, insiste nei suoi propositi di vendetta. Rodrigo, conscio dei pericoli cui è esposto l’amico, lo convince a consegnargli tutti i documenti compromettenti riguardo alle Fiandre.

Quadro secondo. Una gran piazza davanti alla Cattedrale di Nostra Signora d’Atocha.

La Corte e il popolo sono riuniti per assistere ad un “autodafè”, il rogo degli eretici condannati dal Sant’Uffizio. Quando appare Filippo, Carlo fa entrare improvvisamente i deputati fiamminghi, che si gettano ai suoi piedi implorando giustizia e libertà per il loro popolo. Il re li respinge con durezza e ordina di allontanarli. Interviene allora l’Infante rivendicando per sé il governo delle Fiandre. Poiché il padre, irato, rifiuta, snuda la spada in atto di ribellione. Filippo, sdegnato, impone ai nobili di disarmare il figlio, ma nessuno osa eseguire l’ordine, finché Rodrigo, per salvare l’amico, si avanza e si fa consegnare la spada. Quindi, il re e la regina s’avviano ad assistere all’“autodafè”, mentre in lontananza si levano le fiamme del rogo e una voce dal cielo conforta i condannati.

 

Atto III

Quadro primo. Il gabinetto del re.

Filippo è assorto in profonde ed amare meditazioni. Lo opprime la certezza di non essere amato da Elisabetta ed il sospetto di essere tradito dalla moglie e dal figlio: vorrebbe poter leggere nei cuori di chi gli è vicino. È ormai l’alba quando viene introdotto il Grande Inquisitore. Al potente e terribile frate chiede se un re cristiano, come lui, può condannare a morte il figlio ed avere l’assoluzione della Chiesa. L’Inquisitore acconsente: per il bene dello Stato, tutto è lecito; anche Dio sacrificò suo figlio per riscattarci. Si rivolge a sua volta a Filippo: gli rimprovera le pericolose idee liberali che pervadono il regno, dovute all’influenza del marchese di Posa e gli chiede la testa di Rodrigo. Poiché il re, che ritiene di aver trovato in lui un uomo fedele e leale, rifiuta, il frate arriva a minacciare oscuramente il sovrano di trascinarlo davanti al tribunale dell’Inquisizione. Pur offeso nella sua regalità, Filippo è costretto a cedere, amaramente constatando che fra “il trono” e “l’altare” è sempre il primo a doversi piegare. Accorre allora la regina invocando giustizia contro quei cortigiani, suoi nemici, che le hanno sottratto lo scrigno in cui custodiva i gioielli e le sue cose più care. Il re prende da un tavolo un cofanetto e glielo mostra, ordinandole d’aprirlo. Al suo rifiuto, Filippo infrange rabbiosamente lo scrigno e, trovandovi il ritratto di Carlo, si rafforza nei suoi sospetti. Di fronte all’ira del marito, Elisabetta difende sdegnosamente il proprio onore, pur ricordandogli di essere stata un giorno promessa a Carlo. Filippo, fuori di sé, l’accusa volgarmente d’adulterio: la regina, ferita dall’ingiuria, sviene. Accorrono Rodrigo ed Eboli: Posa biasima il comportamento del re e ritiene ormai giunto il momento di agire; Filippo, ripensando alla fierezza della moglie, si mostra intimamente convinto della sua onestà. Eboli, rimasta sola con la regina e tormentata dal rimorso, le confessa di avere sottratto lo scrigno, folle di gelosia perché innamorata di Carlo, quindi le rivela una colpa ancora più grave: è stata l’amante del re. Glaciale, la regina le impone di scegliere fra l’esilio e il convento. Eboli maledice la propria bellezza, causa di tanti errori, e giura di salvare Carlo.

Quadro secondo. La prigione di Carlo.

Posa viene ad annunciare a Carlo la sua liberazione: per salvarlo, ha fatto trovare presso di sé le carte compromettenti, affidategli dall’amico, che provano la sua partecipazione alla rivoluzione nelle Fiandre. Rodrigo è certo che la vendetta del re e dell’Inquisitore non potrà tardare: raccomanda a Carlo, quando un giorno regnerà, di concedere la libertà al popolo fiammingo. Un colpo d’archibugio, sparato da uno sgherro del Sant’Uffizio, colpisce Rodrigo a morte: egli spira fra le braccia dell’amico confidandogli che l’indomani Elisabetta l’aspetta al convento di San Giusto. Giunge intanto Filippo per rendere al figlio la libertà, ma Carlo, disperato per la morte di Rodrigo, gli rivela che questi si è sacrificato per salvarlo. Il re rimpiange amaramente di aver perso un uomo leale, mentre l’Infante giura di continuarne l’opera. Frattanto il popolo in rivolta chiede a gran voce la liberazione di Carlo, ma interviene il Grande Inquisitore, che riesce ad imporre la propria autorità, ingiungendo al popolo di prostrarsi davanti al re.

 

Atto IV

Il Chiostro del convento di San Giusto.

Elisabetta prega presso la tomba di Carlo V: rievoca la felicità della sua giovinezza in Francia e rimpiange la fugace illusione d’amore suscitata dall’incontro con Carlo a Fontainebleau. Questi la raggiunge e, esortato da Elisabetta, giura di lasciare la Spagna e di dedicare la sua vita alla causa delle Fiandre, dimenticando l’impossibile amore per lei. Mentre i due innamorati si scambiano l’ultimo addio vagheggiando di ritrovarsi in un celeste “mondo migliore”, li sorprende il re, accompagnato dall’Inquisitore, ed ordina alle guardie di arrestare l’Infante. Mentre Carlo cerca di difendersi, compare un frate, in cui tutti riconoscono Carlo V, che lo trascina con sé, salvandolo.

 

 
Date

Ven 5 maggio, ore 20:00
Lun 8 maggio, ore 20:00
Gio 11 maggio, ore 20:00
Dom 14 maggio, ore 15:30

Durata
Prima parte: 1 ora e 52 minuti circa
Intervallo: 30 minuti
Seconda parte: 1 ora e 36 minuti circa

Durata complessiva: 3 ore e 58 minuti circa
Prezzi
Platea I 150 €
Platea II 120 €
Platea III 100 €
Palchi 70 €
Galleria 35 €
Visibilità limitata 20 €
Dove

Opera di Firenze

Piazzale Vittorio Gui, 1
50144 Firenze

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