Stagione 2014/15
Opera

I Puritani

DI VINCENZO BELLINI

Il 24 gennaio 1835 al Théâtre-Italien di Parigi va in scena I Puritani, l’ultima opera composta da Vincenzo Bellini. Un successo trionfale, a cui contribuisce la presenza in locandina, nei ruoli dei quattro protagonisti, di vere e proprie star dell’epoca: Giulia Grisi, Giovanni Battista Rubini, Antonio Tamburini, Luigi Lablache. L’apoteosi del belcanto italiano in un dramma ambientato nell’Inghilterra del XVII secolo, dove a brucianti passioni private si intrecciano aspre tensioni politiche e dove le ragazze, cullate dalle “melodie lunghe, lunghe, lunghe” che tanto piaceranno a Giuseppe Verdi, impazziscono per amore.


I puritani e i cavalieri (I puritani)
Opera seria in tre atti
Libretto di Carlo Pepoli
Musica di Vincenzo Bellini


Nuovo allestimento - Coproduzione con il Teatro Regio di Torino






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Artisti

Direttore
Matteo Beltrami


Regia
Fabio Ceresa


Scene
Tiziano Santi


Costumi
Giuseppe Palella


Luci
Marco Filibeck

Movimenti coreografici
Nikos Lagousakos

Assistente movimenti scenici
Riccardo Olivier

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Giorgio Valton
Gianluca Buratto/ Riccardo Zanellato (30/01, 01-04/02)


Elvira, figlia di Gualtiero
Jessica Pratt / Maria Aleida (01-04-10/02)


Riccardo
Massimo Cavalletti / Julian Kim (01-04-10/02)


Lord Arturo Talbo
Antonino Siragusa / Jésus Léon (01-04-10/02)


Enrichetta
Rossana Rinaldi / Martina Belli (01-04-10/02)


Bruno Robertson
Saverio Fiore

Lord Gualtiero
Gianluca Margheri

Performer - Fattoria Vittadini
Mattia Agatiello
Pablo Andres Tapia Leyton
Alexander McCabe
Riccardo Olivier
Daniele Pennato
Claudio Pisa

Approfondimenti

FOTO
Prove di scena de I Puritani
Le prove de I Puritani
VIDEO
Dietro le Quinte de I Puritani
Dietro le quinte de I Puritani
ATTO I

In una fortezza puritana presso Plymouth è il giorno delle nozze tra Elvira, figlia del governatore Lord Gualtiero Valton, e Lord Arturo Talbo, seguace della fazione nemica degli Stuart. Il colonnello Sir Riccardo Forth, a cui Lord Valton aveva in precedenza concesso la mano della figlia, ne è amareggiato. Nel frattempo Sir Giorgio, zio di Elvira, si reca della ragazza per informarla di aver finalmente convinto il padre ad approvare il suo matrimonio con l’amato Arturo. Nella sala d’armi giunge lo sposo; il governatore gli consegna un salvacondotto per uscire dalla fortezza e raggiungere la chiesa: Lord Valton non potrà infatti partecipare alle nozze, impegnato a scortare a Londra una misteriosa prigioniera. Il giovane, capito che si tratta della regina Enrichetta di Francia moglie del giustiziato Carlo I Stuart, decide di portarla in salvo celandola col velo nuziale di Elvira. Riccardo, rientrato a spada sguainata per frapporsi alle nozze, non ostacola il piano di Arturo, meditando di sfruttare a suo favore l’assenza del rivale. Mentre tutti maledicono i fuggitivi, Elvira, sconvolta dall’accaduto, perde la ragione.



ATTO II

Elvira, impazzita, si aggira per le stanze del castello chiamando l’amato Arturo. Sir Giorgio convince Riccardo ad intercedere presso il Parlamento per la grazia del giovane, condannato a morte, così da non costringere la ragazza ad un nuovo dolore.



ATTO III

Arturo, nascosto in un mantello, è nel giardino degli appartamenti di Elvira. Sentendola intonare una romanza d’amore si unisce al canto e i due finalmente si riabbracciano. Irrompono i Puritani con la condanna a morte di Arturo; Elvira a questo annuncio ritrova nuovamente la ragione e dichiara di voler seguire l’amato anche nella tomba. All’improvviso giunge un messaggero: Cromwell, sconfitti gli Stuart, ha concesso il perdono a tutti i loro seguaci e i due giovani, nell’esultanza generale, possono definitivamente ricongiungersi.

Vincenzo BelliniVINCENZO BELLINI

Vincenzo Salvatore Carmelo Francesco Bellini nasce a Catania il 3 novembre 1801 in una famiglia di musicisti a cui deve la sua prima formazione.  Nel 1819 il Decurionato di Catania gli assegna una borsa di studio per il Real Collegio di Napoli; qui, sei anni più tardi, come saggio finale, presenta la sua prima opera: Aldeson e Salvini. Dopo un notevole successo al Teatro San Carlo nel 1826 con Bianca e Fernando, Bellini è invitato alla Scala dall’impresario Domenico Barbaja e per questo palcoscenico crea capolavori come Il pirata (1827), La straniera (1829) e Norma (1831); nel frattempo firma I Capuleti e i Montecchi (1830) per il Teatro La Fenice di Venezia e La sonnambula (1831) per il Teatro Carcano di Milano. Ottenuto un contratto per il Théâtre-Italien diretto da Rossini, vi debutta nel gennaio del 1835 con I Puritani. Il 23 settembre dello stesso anno si spegne, a soli trentaquattro anni, a Puteax, vicino Parigi.



Fabio CeresaFABIO CERESA

Aiuto regista per il Teatro alla Scala di Milano, affianca alcuni tra i maestri della regia contemporanea - Luca Ronconi, Peter Stein, Patrice Chéreau, Deborah Warner, Richard Jones, Dmitry Tcherniakov - e prende parte al riallestimento di produzioni storiche firmate da Giorgio Strehler, Franco Zeffirelli e Jean Pierre Ponnelle. Nel 2010 mette in scena Madama Butterfly di Giacomo Puccini per il Teatro Pergolesi di Jesi, ripresa nel febbraio 2014 al Teatro Comunale di Firenze; nel 2012 L'italiana in Algeri per il Teatro Petruzzelli di Bari e l'anno successivo Giovanna d'Arco per il Festival della Valle d'Itria.


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MATTEO BELTRAMI

Nasce a Genova nel 1975, città in cui si diploma in violino al Conservatorio Niccolò Paganini. Conclusi gli studi in direzione d’orchestra al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, a vent’anni sale sul podio a Genova per Il Trovatore. Dirige quindi opere che spaziano dal barocco al grande repertorio come Don Giovanni, Il barbiere di Siviglia, Rigoletto, fino alle composizioni contemporanee in prima esecuzione assoluta. Ospite di numerosi teatri italiani quali San Carlo di Napoli, La Fenice di Venezia, Massimo di Palermo e stranieri come Staatstheater Stuttgart e Semperoper Dresden è inoltre invitato a celebri manifestazioni come il Festival Verdi di Parma e il Festival Puccini di Torre del Lago. Dal 2007 al 2013 insegna al Conservatorio Gesualdo da Venosa di Potenza.

IL MISTERO DEL TEMPO
di Fabio Ceresa


Le temps des hommes est de l'éternité pliée.
(Jean Cocteau)


 

Quanto tempo trascorre tra il primo e il terzo atto de I Puritani? Poco più di trenta minuti, per lo spettatore. Tre mesi, secondo Arturo. Ma addirittura tre secoli per Elvira, che dilata i momenti dell’attesa fino all’esasperazione.

Da sempre, il mistero del tempo è al centro della ricerca filosofica dell’uomo. La sua misura, la sua origine e il suo scorrere esercitano un fascino indiscutibile su ogni genere di pensiero, sia esso scientifico o artistico. È anzi proprio il suo riflesso astratto ad accomunare le due discipline: perché così come l’arte anche la scienza, prima di essere calcolo, è soprattutto visione. Scienza e arte sono attività visionarie. Ed è la capacità di “vedere oltre” che spinge l’umanità verso traguardi sempre più alti.

La rivoluzione del concetto moderno di tempo si deve ad una mente visionaria. Artista prima che scienziato, Albert Einstein ha formulato la teoria della relatività generale illuminato da uno spirito di intuizione astratta. Un’equazione miracolosa che modifica, semplificandola, la descrizione fisica del mondo.

Così come ogni altro corpo celeste, il Sole ha una massa tale da piegare lo spazio intorno a sé: la terra non gira perché attratta da una strana forza, ma perché corre dritta in uno spazio che si inclina. E questo non accade solo allo spazio, ma anche al tempo: il tempo si incurva, e scorre in maniera diversa per chi si trova più lontano o più vicino alle stelle.

Nei primi raggi del sole che penetrano l’oscurità nella grande scena iniziale de I Puritani si può scegliere di vedere un fenomeno fisico che relativizza il tempo, facendo muovere su binari distinti i diversi personaggi del dramma. Arturo si allontana da Elvira come partendo per una sorta di viaggio astrale, tornando dopo quelli che crede essere solo pochi giorni.

Ma per chi resta, il tempo scorre diversamente. Quante cose possono accadere in trecento anni? Il tempo ha fatto crollare le torri del castello, ha scoperchiato i tetti, infranto le vetrate, sgretolato le pietre fino a farle diventare polvere. Giorno dopo giorno la pelle delle mani si è avvizzita, si è ritirata mostrando le ossa: i personaggi crescono, diventano vecchi, morti, fantasmi senza pace, sospesi in una dimensione a metà tra la notte e l’alba, tra la veglia e il sonno.

Non solo. Le implicazioni del concetto di tempo della teoria della relatività sembrano suggerire che il tempo sia elastico, e che esso non scorra in maniera uniforme, come sembrerebbe dalla nostra esperienza quotidiana: non ha quindi alcun senso suddividerlo in passato, presente e futuro. Il passare del tempo non è allora niente più che un’illusione?

Da questa sorprendente domanda è nata la ricerca di un concetto drammaturgico di Puritani che potesse indagare l’enorme mole di concetti ancora inesplorati del testo.

Immaginiamo di voler prendere alla lettera l’affermazione di Riccardo nell’incipit della sua aria: “Ah, per sempre io ti perdei”. In questo senso le sue parole possono assumere il valore di un’orazione funebre: Riccardo ha perso Elvira perché Elvira non è più. L’attesa l’ha consumata e l’ha portata alla morte; a Riccardo non resta che piangere sulla sua tomba. Si uniscono tra loro le componenti di quella che sembra essere una prolessi, più comunemente nota come flashfarward: la rappresentazione di un evento successivo al tempo della storia di cui parla l’opera. Arturo fuggito, Elvira impazzita, la sua morte invendicata e, come nella fiaba della belle au bois dormant, tutto il castello sospeso nell’attesa. I guerrieri sono diventati fantasmi che non trovano pace, costretti a ripetere in eterno la stessa battaglia, aspettando una redenzione negata. Redenzione che potranno trovare solo al compimento della propria promessa – uccidere Arturo, vendicare Elvira. Ma il tempo passa, Arturo non torna. I morti si ritrovano sospesi in un mondo incorporeo, mentre la pace eterna chiude loro le porte.

Ecco perché lo squillo iniziale degli ottoni ci trasmette un brivido incomprensibile di ignoto: è la tromba del giudizio universale, tuba mirum spargens sonum, che chiama le anime dai sepolcri alla salvezza eterna; ma dai sepolcri non escono che spiriti erranti che non possono ancora liberarsi del tutto dalle proprie spoglie mortali. In Riccardo, unico sopravvissuto, risiede la loro unica speranza. Se riuscirà ad uccidere Arturo, potrà liberare le anime del mondo.

Dal presente-futuro ci ritroviamo così in un presente-passato. A partire dal grande duetto tra Elvira e Giorgio, la storia torna a correre su un binario lineare: stiamo ripercorrendo i fatti che spingeranno i personaggi verso il loro destino. Elvira è data in sposa ad Arturo, ma Arturo fugge e la abbandona alla follia. Questa direzione è suggerita dal grande velo nuziale che, percepito da tutti come candido, è invece di colore nero; un sudario funebre che si stende sui protagonisti come una tetra anticipazione di morte.

Il secondo atto segue concettualmente il primo. Nel parossismo dell’attesa, Elvira si è logorata ed è diventata folle: tutto si apparecchia per la battaglia finale, quella in cui i nodi verranno al pettine e Riccardo, uccidendo Arturo, potrà vendicarsi e riportare in equilibrio le leggi della natura. Suoni la tromba: venga il giudizio finale, siamo pronti per l’armageddon. Non esiste altra strada per la salvazione che non attraversi l’arido campo di battaglia di una vendetta?

Nel terzo atto ci troviamo in una dimensione temporale che non è né presente né futuro, ma quasi una linea parallela, alternativa. Torna dal suo viaggio Arturo. Torna dal suo viaggio di tre mesi, e si rende conto che sono trascorsi invece trecento anni; capisce di trovarsi di fronte non ad Elvira, ma al suo fantasma; che il mondo così come lo conosce non esiste di più. Così come avviene nelle leggende tradizionali scozzesi quando il pellegrino sprovveduto si ritrova stretto nel cerchio delle fate: costretto a danzare per un’intera notte, comprende all’alba di essere scomparso per un secolo.

Tutto è pronto: i morti si sono nuovamente risvegliati, Arturo è fatto prigioniero. Riccardo ha la spada in pugno: un solo fendente, e le anime saranno finalmente libere. Ma qualcosa interviene nella sua coscienza, e rischia di compromettere secoli di attesa. Mentre i guerrieri lo incitano alla vendetta, Riccardo sente mancare la forza nel braccio a mano a mano che un’altra forza si impadronisce nel suo cuore. Ecco l’alternativa suggerita da Giorgio, ecco la strada parallela in grado di sovvertire l’ordine del cosmo. Una parola prende forma nella sua volontà: il perdono.

Per l’ultima volta suona la tromba del giudizio: un messaggio, un divin raggio. Il perdono di Riccardo si sovrappone al perdono divino: un perdono universale, di portata totalizzante. Alla vendetta si sostituisce la grazia; la giustizia cede il passo alla misericordia. E’ questo un messaggio di commovente bellezza, in cui credo di trovare il significato più autentico de I Puritani. Il pentimento porta al perdono, e il perdono alla pace. Tutte le anime vengono finalmente liberate, i peccati dimenticati. Gli spiriti possono finalmente abbandonare l’ombra e librarsi, come scintille di pura luce, verso l’infinita eternità del cielo.

Come rendere sulla scena l’immagine di relatività e dilatazione del tempo? Gran parte del compito spetterà alle immaginifiche scene di Tiziano Santi ed agli splendidi costumi di Giuseppe Palella. Il primo atto si aprirà sul buio di un limbo sospeso tra la vita e la morte. La scena svelata dalla luce sarà la vertiginosa visione prospettica di una cattedrale gotica: quella stessa volta, nel procedere dell’opera, rovinerà su se stessa come se fossero passati secoli, fino a ridursi nel finale ad un paesaggio lunare, sgretolato, eroso, consunto: pulvis et in pulverem. I costumi seguiranno le stesse suggestioni. Ogni dettaglio dell’abito di Elvira verrà ridotto a brandelli dall’inflessibile muoversi delle lancette dell’orologio.

Se vi è del resto una pagina della storia della musica in cui la percezione soggettiva del tempo viene portata alle estreme conseguenze, questa è proprio il belcanto. Nelle grandi arie, e ancor più nelle cadenze finali affidate alla libera espressione dell’interprete, il tempo smette di scorrere: come se per un istante l’anima si sciogliesse dal corpo, sospesa in uno stato d’animo di squisita soggettività, e la voce galleggiasse in un universo astratto, estraneo alla realtà oggettiva.

Né credo che queste considerazioni debbano pregiudicare la godibilità dello spettacolo, e sovrapporsi in maniera ingombrante alla purezza della storia narrata dall’opera. Condivido i miei pensieri con chi legge, perché possa trovare con me nuovi spunti di riflessione; ma consegno a chi guarda una narrazione che prescinde le macchine dei concetti, e segue con orgogliosa semplicità lo svolgersi degli eventi del dramma.

A questo proposito, ho operato una sola scelta stilistica che si discosta dalla tradizione. Il taglio dei costumi non evoca il gusto secentesco, ma punta decisamente ad una commistione di elementi ottocenteschi e medievaleggianti. Tale scelta non è stata tuttavia dettata dal capriccio di una predilezione estetica, ma rappresenta anzi il punto d’arrivo di una necessità testuale.

Ne I Puritani, l’Inghilterra del XVII sembra essere un’indicazione niente più che formale. Tolti gli accenni delle didascalie e gli ovvi riferimenti del testo agli Stuart, a Cromwell ed al parlamento anglicano, il libretto sembra muoversi in tutt’altra direzione. Ovunque è un fiorire di castelli, arpe, fantasmi, trovatori, giostre e cavalieri: un immaginario molto più vicino al romanticismo di Scott, di Walpole, di Berchet. Se decidiamo di affidarci al verso cantato e non all’indicazione storica del frontespizio, scopriamo che Puritani ricorda molto più da vicino il medioevo ottocentesco di Lucia e Trovatore che non il dramma storico di Maria Stuarda e Devereux.

E' possibile viaggiare nel tempo? Innumerevoli domande sono aperte sui misteri dell'ignoto, domande cui la scienza sta per rispondere con nuove straordinarie scoperte. Ma là dove la scienza deve ancora trovare risposte, l’arte già indica la via, e ci suggerisce di sì.
Date

Mer 28 gennaio, ore 20:30
Ven 30 gennaio, ore 20:30
Dom 1 febbraio, ore 15:30
Mer 4 febbraio, ore 20:30
Gio 5 febbraio, ore 20:30
Mar 10 febbraio, ore 20:30

Prezzi
Platea 1 € 80
Platea 2 € 60
Platea 3 € 45
Palchi / Galleria 1 € 20
Galleria 2 € 15
Visibilità limitata € 10
La biglietteria dell’Opera di Firenze è aperta lunedì 14-18, dal martedì al sabato 10-18 e da un’ora prima dell’inizio degli spettacoli. Informazioni
Dove

Opera di Firenze

Piazzale Vittorio Gui, 1
50144 Firenze

Dettagli e mappa
Oltre il sipario
GUIDE ALL'ASCOLTO

28 gennaio, ore 19.45
30 gennaio, ore 19.45
1 febbraio, ore 14.45
4 febbraio, ore 19.45
5 febbraio, ore 19.45
10 febbraio, ore 19.45