Mimmo Jodice scatta il Mercurio volante del Giambologna

La Sala del Mercurio, che ospita i giornalisti e le conferenze stampa, è arredata con foto del Mercurio Volante (1580) del Giambologna realizzate per l’Opera di Firenze da Mimmo Jodice.

Il mio Mercurio

DI MIMMO JODICE

Tutto è nato da una telefonata del Commissario del Maggio Musicale Fiorentino Francesco Bianchi che, insieme a Roberto Koch, fondatore dell’Agenzia Contrasto e complice di tante avventure fotografiche, mi invitava a Firenze: “la vorremmo qui per una visita privata al Museo Nazionale del Bargello. La nostra idea è che i suoi scatti arredino uno spazio “speciale” dell’Opera di Firenze”. Certo, sapendo che a 80 anni ormai di rado lavoro su commissione e vivo il privilegio di scegliere i miei soggetti in autonomia, l’hanno presa alla larga, fino a che, grazie alla cortesia della direttrice del Bargello, Beatrice Paolozzi Strozzi ho potuto restare a tu per tu con la scultura scelta per me: il celebre Mercurio volante del Giambologna.

Lo studio dell’arte antica non mi è nuovo, dopo il lavoro di ricerca fatto su Michelangelo scultore, su Antonio Canova, a Paestum e Pompei, molte sculture hanno catturato l’attenzione del mio obiettivo in diverse occasioni ma, prima di decidere, ho avuto il privilegio di restare da solo e in silenzio a guardare quell’opera d’arte straordinaria – alta soltanto un metro e settanta, bella come un giovane atleta slanciato e scattante, col braccio destro teso verso l’alto – e l’ho osservata a lungo, iniziando a fotografarla innanzitutto con la mente, immaginando una certa luce, una certa angolazione delle inquadrature. A convincermi del tutto, però, è stato il sopralluogo all’Opera di Firenze: quando si parla di teatro nel nostro Paese, l’immagine che salta alla mente è il teatro classico all’italiana con i palchi, gli stucchi e i velluti rossi e mai avrei immaginato di provare una tale emozione nel visitare gli spazi di un’opera architettonica contemporanea, con una sala meravigliosa e una cavea esterna dalla quale si domina la città; è la prima volta, poi, che un teatro d’opera sceglie la fotografia come elemento narrativo e questo mi ha lusingato: che la sala stampa diventasse la Sala del mio Mercurio aveva l’aspetto di una sfida. Così ho accettato e da quel giorno mi sono svegliato per settimane con il Mercurio negli occhi e nel cuore.

Per costruire le tre immagini in bianco e nero nelle grandi dimensioni immaginate, che dovevano creare una sorta di continuità quasi specchiandosi l’una nell’altra, ho trascorso un’intera, piovosa giornata al Bargello – deserto e ancora più emozionante, silenzioso e  quasi metafisico – con la mia Hasselblad “a manovella”.

Accantonando ogni ricerca filologica e ogni formalismo, con le sculture amo lavorare sui dettagli ma con “lui” è stato difficile isolarne; il Mercurio, con il soffio di Zefiro su cui appoggia la parte anteriore del piede sinistro mi stimolava, ma davanti all’obbiettivo diventava quasi impertinente, un materiale difficile da afferrare, ancora di più dal punto di vista dell’immagine in bianco e nero che diventava una gamma di chiari e di scuri molto complessa. Mi si offriva con generosità e poi d’improvviso mi sfuggiva, con tutta la figura pronta a seguire l’indice destro più alto di tutto, con il luccichio della parte scura a rendere difficile dare plasticità all’immagine, con i suoi riflessi di luce che creavano un’esasperazione di chiaro-scuri, ad occhio bellissimi, ma fotograficamente pronti a complicare lo scatto. La sfida era diventata fra me e lui che, scatto dopo scatto pareva alimentare il suo mistero e la sua mercuriale ambiguità sotto i miei occhi. Si fotografa una statua per testimoniarla, ma nel mio caso la fotografia di un’opera è in se stessa un’opera autonoma.

Come sempre, ho stampato le foto da solo e le ho scelte per l’Opera di Firenze con l’idea che, osservandole da vicino, il pubblico potesse avvertire e vedere non un pezzo di bronzo, ma un momento della mia vita, e quello speciale sentimento che, nel bene e nel male, mi è stato offerto in eredità da quel capolavoro dell’arte del Giambologna.